Breve riflessione sulla vicenda degli ibis sacri a Novara.
La gestione degli ibis sacri nel Novarese rappresenta un classico esempio di come le amministrazioni locali spesso intervengano in ritardo su problemi di specie aliene invasive. L’ibis sacro, originario dell’Africa subsahariana e introdotto in Europa come uccello ornamentale, si è diffuso rapidamente in Pianura Padana, predando uova e pulcini di altre specie autoctone (tra cui aironi, garzette e altre specie protette), competendo per i siti di nidificazione e creando impatti significativi su risaie e biodiversità locale. 
La Provincia di Novara ha avviato un piano di contenimento (approvato da ISPRA) che include abbattimenti selettivi, ma le critiche appaiono fondate su un aspetto cruciale: l’intervento sembra arrivato a situazione già critica, quando le colonie erano numerose e consolidate. Metodi non letali come l’oliatura delle uova (che impedisce lo sviluppo dell’embrione senza distruggere il nido e senza causare dispersione degli adulti) sono stati indicati da associazioni come Lipu come più efficaci e meno controversi, soprattutto in fase riproduttiva. Lasciare agire solo con abbattimenti quando la popolazione ha già superato la soglia critica rischia di essere meno risolutivo e più divisivo. 
Ironia della sorte, quando il delegato provinciale alla caccia è presumibilmente un cacciatore, sorge spontaneo qualche dubbio sulla capacità di adottare una visione più ampia e integrata del problema. La caccia, per quanto legittima e regolamentata, rischia di rappresentare una soluzione di default “da fucile” piuttosto che un approccio ecologico multidisciplinare.
Sarebbe stato auspicabile un confronto preventivo – e non solo post-emergenza – con agricoltori (che subiscono danni alle colture), associazioni ambientaliste, ornitologi e istituti di ricerca. Un tavolo tecnico anteponendo la prevenzione (monitoraggio precoce, sterilizzazione uova, gestione habitat) alla repressione avrebbe evitato polemiche, immagini di nidi distrutti e divisioni tra chi difende la biodiversità autoctona e chi vede solo “animali innocenti da salvare”.
In sintesi, la vicenda Novara insegna che la gestione delle specie invasive richiede tempestività, strumenti diversificati e dialogo reale: altrimenti si rischia di curare i sintomi con metodi discutibili, lasciando intatta la radice del problema.