Digital Product Passport: cosa cambia con il nuovo regolamento per le imprese

Digital Product Passport: cosa cambia con il nuovo regolamento per le imprese

Dal 2026 il Digital Product Passport entra nella fase applicativa diventando un requisito con cui le imprese dovranno confrontarsi nella progettazione, nella gestione dei dati di filiera e nell’accesso al mercato.

Questo vuol dire affiancare alla distinta base fisica un’identità digitale strutturata, in cui ogni prodotto è collegato a un set di informazioni codificate su composizione, sostenibilità, tracciabilità e fine vita, consultabili attraverso un supporto dati presente sul bene, sulla confezione o sulla documentazione.

La spinta regolatoria nasce dall’Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR), in vigore dal 2024, che introduce il Digital Product Passport (DPP) come strumento di trasparenza ambientale e di tracciabilità lungo il ciclo di vita, con atti delegati che dal 2026 in poi inizieranno a definire requisiti specifici per categorie di prodotti prioritari come tessili, mobili, pneumatici e materiali intermedi come acciaio e alluminio.

 

Il passaporto digitale non è un database unico centralizzato, ma un sistema di dati decentrato gestito dagli operatori economici, in cui il produttore o l’operatore che immette il bene sul mercato europeo diventa responsabile della generazione e della gestione di queste informazioni, coinvolgendo importatori e distributori nella verifica della loro disponibilità.

Digital Product Passport e nuovi obblighi per le imprese

Per capire cosa cambia dal 2026, occorre partire dalla definizione operativa di passaporto digitale dei prodotti, inteso come registro digitale associato a un supporto dati fisicamente presente sul prodotto, sull’imballaggio o sulla documentazione di accompagnamento, che contiene informazioni essenziali su salute, sicurezza, sostenibilità, composizione, prestazioni e ciclo di vita del bene.

Il DPP diventa, per le categorie interessate, la modalità attraverso cui dimostrare la conformità agli obblighi di progettazione ecocompatibile, e quindi uno degli elementi verificabili dalle autorità di vigilanza e dagli operatori lungo la supply chain.

L’obbligo riguarda tutti i prodotti fisici immessi sul mercato o messi in servizio nell’UE che rientrano nelle categorie disciplinate dagli atti delegati, con un elenco di esclusioni limitato (alimentari, medicinali, organismi vivi, veicoli) e con estensione anche ai prodotti fabbricati fuori dall’Unione ma commercializzati con un marchio o tramite un operatore economico che li introduce nello spazio europeo.

Nei fatti, un produttore extra-UE che esporta tessili, componenti elettronici, mobili o materiali intermedi verso l’Europa dovrà assicurare che tali beni dispongano del passaporto digitale previsto, e che le informazioni contenute siano coerenti con requisiti e formati stabiliti dai singoli atti di esecuzione.

Le prime scadenze interessano le batterie industriali e per veicoli elettrici, per cui è già previsto un battery passport dal 18 febbraio 2027, ma il piano di lavoro ESPR 2025–2030 indica che per prodotti tessili e abbigliamento, ferro e acciaio, mobili, pneumatici e alluminio i requisiti informativi cominceranno a essere definiti tra il 2026 e il 2030, con il tessile in testa.

Questo significa che molte imprese dovranno prepararsi prima della formalizzazione dei singoli atti delegati, dotandosi di sistemi di gestione dei dati di prodotto in grado di supportare set informativi anche molto dettagliati: nel caso dei capi tessili, ad esempio, alcune guide pubblicate nel 2026 indicano fino a 49 dati richiesti per ogni articolo, che coprono composizione, fibre riciclate, origine, prestazioni e istruzioni di fine vita.

In merito, interviene Antonino Polimeni, avvocato e fondatore di Polimeni.Legal che afferma: «Il Digital Product Passport non introduce un semplice strumento di tracciabilità, ma ne muta il regime giuridico, portandola dalla prassi volontaria all’obbligo regolatorio. Il mutamento produce effetti diretti su tre piani: la responsabilità degli operatori economici, la governance dei dati di filiera e le condizioni di accesso al mercato. Richiede, inoltre, una riprogettazione dell’architettura informativa di prodotto lungo l’intero ciclo di vita, dalla progettazione all’approvvigionamento, alla produzione, alla distribuzione, alla riparazione e alla gestione del fine vita».

Architettura dei dati, supporti di accesso e gestione degli attori

Il passaporto digitale dei prodotti richiede alle imprese di andare costruire un legame persistente tra l’unità fisica e il suo record digitale, attraverso supporti come codici QR, codici a barre evoluti o altre forme di identificazione leggibile da dispositivo, con la possibilità di scegliere il vettore purché sia facilmente accessibile per gli utilizzatori e per le autorità.

Il supporto dati funge da “puntatore” verso le informazioni mantenute dall’operatore economico in sistemi decentrati, mentre la normativa prevede che sia disponibile una copia di riserva presso un fornitore di servizi di passaporto digitale, in grado di assicurare l’accesso anche in caso di indisponibilità della piattaforma principale.

Uno degli elementi innovativi riguarda la gestione dei profili di accesso ai dati: non tutte le informazioni contenute nel DPP sono destinate allo stesso pubblico, e gli schemi applicativi prevedono che consumatori, autorità, riparatori, riciclatori e altri operatori della filiera possano accedere a set diversi, con interfacce e livelli di dettaglio adeguati alle rispettive funzioni.

Per il consumatore finale l’accesso potrà concentrarsi su dati di composizione, punteggio di riparabilità, durabilità, impronta di carbonio e istruzioni d’uso, mentre per gli impianti di trattamento saranno rilevanti le informazioni sul disassemblaggio, sulla localizzazione di sostanze pericolose, sulle possibilità di riutilizzo e ricondizionamento e sui flussi consigliati per il riciclo.

Dal punto di vista dei ruoli, il regolamento attribuisce all’operatore economico che immette il prodotto sul mercato o lo mette in servizio la responsabilità di generare, mantenere e rendere disponibile il passaporto digitale, mentre importatori, distributori e rivenditori devono verificare che il DPP esista e sia accessibile prima della commercializzazione.

In caso di non conformità, gli importatori hanno l’obbligo di informare le autorità di controllo dello Stato membro interessato, rendendo la gestione del passaporto parte integrante delle procedure di compliance e dei rapporti contrattuali lungo la filiera.Ciò implica che fabbricanti, brand owner, OEM e fornitori dovranno coordinare i propri sistemi informativi e la raccolta dei dati per evitare lacune o incoerenze che possano bloccare l’accesso al mercato.

Implicazioni sui processi, sulla governance dei dati e sulla supply chain

Dal 2026 la preparazione al passaporto digitale dei prodotti incide direttamente sulla governance dei dati nelle imprese, che devono individuare quali informazioni di prodotto possiedono, in quale formato, con quale livello di qualità e attraverso quali processi vengono aggiornate.

Dati oggi dispersi tra uffici tecnici, acquisti, qualità, logistica, sostenibilità e compliance dovranno essere riconciliati e strutturati in modelli coerenti, con vocabolari condivisi per materiali, componenti, unità di misura, indicatori ambientali e attributi di circolarità; la tensione tra protezione del know-how e trasparenza normativa va gestita definendo quali dati possono essere resi pubblici, quali restano in canali controllati e quali sono accessibili solo a specifici attori.

Per la supply chain, l’introduzione del DPP implica un ripensamento dei rapporti informativi con i fornitori: clausole contrattuali sui dati richiesti, obblighi di reporting su composizione, origine, certificazioni ambientali e di sicurezza, tracciabilità dei lotti e dei materiali critici, capacità di assicurare aggiornamenti quando cambiano processi, ubicazioni o componenti.

In filiere complesse come moda, elettronica o automotive, dove un prodotto incorpora decine di fornitori e subfornitori, il passaporto digitale rende evidente la necessità di catene informative robuste, che permettano di ricostruire non solo il “dove” e il “cosa”, ma anche il “come” e il “con quali impatti”, trasformando il reporting di sostenibilità in un requisito operativo per l’accesso al mercato.

La preparazione include anche la scelta di piattaforme e standard per la gestione dei DPP: molte realtà stanno testando soluzioni basate su standard comuni, modelli dati interoperabili, API per lo scambio di informazioni tra sistemi ERP, PLM, strumenti di valutazione del ciclo di vita e piattaforme di passaporto, con l’obiettivo di evitare architetture chiuse che non dialogano con partner e autorità.

Il tema della sicurezza dei dati e della protezione da manipolazioni o accessi non autorizzati entra nel quadro come parte delle responsabilità del fabbricante e del fornitore di servizi di passaporto digitale, richiedendo misure adeguate atte a garantire che il DPP rappresenti una fonte affidabile lungo l’intero ciclo di vita, dall’immissione sul mercato al trattamento dei rifiuti.

Perché conviene prepararsi con anticipo: rischi, opportunità e vantaggio competitivo

Dal punto di vista delle imprese, l’introduzione del passaporto digitale dei prodotti comporta rischi di non conformità, potenziali blocchi alla commercializzazione e necessità di investimenti in sistemi e processi, ma offre anche opportunità di differenziazione e di efficienza interna.

Prepararsi tra il 2026 e il 2027 significa anzitutto evitare approcci reattivi basati su interventi minimi per soddisfare requisiti settoriali, e cogliere invece il DPP come occasione per migliorare la qualità dei dati di prodotto, ridurre le ambiguità documentali, rafforzare la tracciabilità delle materie prime e ottimizzare flussi logistici e di fine vita.

Sul piano competitivo, la capacità di utilizzare il DPP come strumento di comunicazione tecnica verso clienti industriali, di servizio verso riciclatori e riparatori e di trasparenza verso consumatori può rafforzare la posizione di chi si presenta come operatore responsabile e affidabile, in un’economia in cui la sostenibilità regolata diventa criterio di accesso ai mercati e non solo elemento di marketing.

Il passaporto digitale rende misurabili attributi come durabilità, riparabilità, contenuto riciclato e impronta di carbonio, creando nuove metriche di confronto che possono favorire chi ha già investito in ecodesign e in filiere controllate; al tempo stesso espone le incongruenze tra dichiarazioni ambientali e dati effettivi, riducendo gli spazi per pratiche di greenwashing.

Infine, per molte imprese l’adozione anticipata di sistemi e processi per il DPP consente di sviluppare competenze interne preziose: modellazione dei dati di prodotto, integrazione tra funzioni tecniche e compliance, gestione di progetti con partner tecnologici e consulenti, capacità di tradurre requisiti normativi in delle architetture informative operative.