NOVARA – In una stagione di prosa in abbonamento vi sono sempre in cartellone dei classici che in molti casi incutono “timore” allo spettatore. “Danza macabra” dello svedese Johan August Strindberg, scritto nel 1900, in scena questa sera alle 21 e domani pomeriggio alle 16 al Teatro Coccia di Novara, per la regia di Luca Ronconi (scomparso lo scorso anno), per molti abbonati può rientrare in questa categoria. Ad Adriana Asti, milanese, classe 1931, interprete del testo accanto al marito Giorgio Ferrara e a Giovanni Crippa, abbiamo chiesto come si può far accostare il pubblico a un autore non facile come Strindberg.
«La scelta di quest’allestimento è quella di una modernità espressa in tanti modi. I costumi, la scenografia “dark”, gli oggetti in scena resi mobili, la ricerca di una comicità nascosta nel testo sono alcune delle scelte che vogliono far avvicinare al testo. Il rappresentare la coppia di coniugi protagonisti quasi come due “vampiri” pronti a succhiare da un terzo personaggio che si presenta tra loro, un vecchio spasimante della donna, è un’altra idea che esce dagli schemi. A questo va aggiunto una recitazione non convenzionale, in base ai momenti del testo».
La storia è quella di una coppia, Edgar e Alice, alla soglia delle nozze d’argento, entrambi con dei rimpianti. L’uomo, capitano dell’esercito, non è mai passato di grado, la donna ha dovuto abbandonare per il matrimonio una carriera di attrice. L’arrivo di Kurt, un vecchio innamorato di Alice, scatenerà i peggiori istinti, poi tutto tornerà nella normalità. Come donna pensa che la misoginia che traspare in molte opere dell’autore svedese sia un elemento negativo per la sensibilità attuale del pubblico? Quali difficoltà ha trovato a interpretare questo testo?
«Credo che ciò che spesso è stato considerato misoginia sia in realtà cronaca. Si tratta di qualcosa di naturale, di un gioco che spesso emerge nei rapporti di coppia. I personaggi creati da Strindberg sono portati all’eccesso. Non c’è stata molta difficoltà rispetto ad altri testi. Si va in palcoscenico a recitare ed è sempre difficile, non solo per questo dramma».
In un’intervista il regista Luca Ronconi aveva dichiarato che gli pareva divertente mettere in scena la storia di una coppia di coniugi che non si amano più attraverso una coppia di coniugi che si amano da sempre. Per l’interpretazione quanto ha aiutato l’intesa che lei ha da anni in scena e nella vita privata con suo marito?
«Penso il legame professionale e privato che esiste tra me e mio marito abbia favorito l’interpretazione dei personaggi. L’intesa in scena è sempre un bene per la buona riuscita di uno spettacolo».
Il suo è un ritorno a Novara e al Coccia da dove mancava da tanto tempo. Ha un buon ricordo della città?
«Effettivamente manco da tanto tempo. Nel periodo dello Stabile di Torino siamo venuti, anche se dopo tanti anni non ricordo con che spettacoli (nel 1967 con “Ti ho sposato per allegria” di Natalia Ginzburg e nel 1968 con il “Misantropo” di Molière, ndr). So che il pubblico novarese ha fama di essere teatralmente ben preparato».
Che cosa vuol dire agli spettatori per invitarli a vedere lo spettacolo?
«Vengano per divertirsi. Troveranno un testo profondo e poetico. Se qualcuno è perplesso si ricrederà. Siamo in realtà molto vicini a quelli che sono in sala a guardarci. Recitiamo qualcosa che è riconoscibile in tutti. Portiamo in scena la realtà dell’animo umano e in tanti si riconosceranno per qualcosa»
Massimo Delzoppo
NOVARA – In una stagione di prosa in abbonamento vi sono sempre in cartellone dei classici che in molti casi incutono “timore” allo spettatore. “Danza macabra” dello svedese Johan August Strindberg, scritto nel 1900, in scena questa sera alle 21 e domani pomeriggio alle 16 al Teatro Coccia di Novara, per la regia di Luca Ronconi (scomparso lo scorso anno), per molti abbonati può rientrare in questa categoria. Ad Adriana Asti, milanese, classe 1931, interprete del testo accanto al marito Giorgio Ferrara e a Giovanni Crippa, abbiamo chiesto come si può far accostare il pubblico a un autore non facile come Strindberg.
«La scelta di quest’allestimento è quella di una modernità espressa in tanti modi. I costumi, la scenografia “dark”, gli oggetti in scena resi mobili, la ricerca di una comicità nascosta nel testo sono alcune delle scelte che vogliono far avvicinare al testo. Il rappresentare la coppia di coniugi protagonisti quasi come due “vampiri” pronti a succhiare da un terzo personaggio che si presenta tra loro, un vecchio spasimante della donna, è un’altra idea che esce dagli schemi. A questo va aggiunto una recitazione non convenzionale, in base ai momenti del testo».
La storia è quella di una coppia, Edgar e Alice, alla soglia delle nozze d’argento, entrambi con dei rimpianti. L’uomo, capitano dell’esercito, non è mai passato di grado, la donna ha dovuto abbandonare per il matrimonio una carriera di attrice. L’arrivo di Kurt, un vecchio innamorato di Alice, scatenerà i peggiori istinti, poi tutto tornerà nella normalità. Come donna pensa che la misoginia che traspare in molte opere dell’autore svedese sia un elemento negativo per la sensibilità attuale del pubblico? Quali difficoltà ha trovato a interpretare questo testo?
«Credo che ciò che spesso è stato considerato misoginia sia in realtà cronaca. Si tratta di qualcosa di naturale, di un gioco che spesso emerge nei rapporti di coppia. I personaggi creati da Strindberg sono portati all’eccesso. Non c’è stata molta difficoltà rispetto ad altri testi. Si va in palcoscenico a recitare ed è sempre difficile, non solo per questo dramma».
In un’intervista il regista Luca Ronconi aveva dichiarato che gli pareva divertente mettere in scena la storia di una coppia di coniugi che non si amano più attraverso una coppia di coniugi che si amano da sempre. Per l’interpretazione quanto ha aiutato l’intesa che lei ha da anni in scena e nella vita privata con suo marito?
«Penso il legame professionale e privato che esiste tra me e mio marito abbia favorito l’interpretazione dei personaggi. L’intesa in scena è sempre un bene per la buona riuscita di uno spettacolo».
Il suo è un ritorno a Novara e al Coccia da dove mancava da tanto tempo. Ha un buon ricordo della città?
«Effettivamente manco da tanto tempo. Nel periodo dello Stabile di Torino siamo venuti, anche se dopo tanti anni non ricordo con che spettacoli (nel 1967 con “Ti ho sposato per allegria” di Natalia Ginzburg e nel 1968 con il “Misantropo” di Molière, ndr). So che il pubblico novarese ha fama di essere teatralmente ben preparato».
Che cosa vuol dire agli spettatori per invitarli a vedere lo spettacolo?
«Vengano per divertirsi. Troveranno un testo profondo e poetico. Se qualcuno è perplesso si ricrederà. Siamo in realtà molto vicini a quelli che sono in sala a guardarci. Recitiamo qualcosa che è riconoscibile in tutti. Portiamo in scena la realtà dell’animo umano e in tanti si riconosceranno per qualcosa»
Massimo Delzoppo