«Djalali: condanna confermata, Alfano eviti una tragedia»

«Djalali: condanna confermata, Alfano eviti una tragedia»

 

Ahmadreza Djalali ha confessato la sua colpa alla Tv iraniana: «Sì, sono una spia», firmando così la sua definitiva condanna a morte. Il medico del Crimedim di Novara, arrestato a Teheran nel 2016 con l’accusa di spionaggio e condannato a morte a ottobre, ha “confessato” alla televisione di Stato di aver spiato il programma nucleare iraniano per conto di una nazione europea – senza nominare quale (ma sarebbe Israele) – in cambio di soldi e della residenza in Svezia.
Una confessione quasi sicuramente estorta. 
Djalali ha lavorato dal 2012 al 2015, anche a Novara, all’Università del Piemonte Orientale, come ricercatore capo del Centro di ricerca in medicina di emergenza (Crimedim). I suoi colleghi sono stati tra i primi a mobilitarsi per chiederne la liberazione.
Vida Mehrannia, moglie di Djalali, che vive in Svezia insieme ai due figli della coppia, ha confermato che suo marito
è stato costretto a leggere una confessione prestabilita davanti alla telecamera.
Contro la sua detenzione e la sua condanna a morte da parte del Tribunale della Rivoluzione, si era sollevata una
grande mobilitazione di organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, e di istituzioni piemontesi
e italiane, compresa la Farnesina e una delegazione del Senato italiano. Ai numerosi appelli per il suo rilascio, si erano aggiunti, meno di un mese fa, anche le voci di 75 premi Nobel e della European University Association.
Sulla vicenda sono intervenuti i senatori Elena Ferrara, Luigi Manconi, Elena Cattaneo: «Chiediamo che il nostro Paese sia promotore di un urgente rafforzamento della mobilitazione internazionale e che il nostro Ministero degli Esteri convochi l’Ambasciatore Iraniano a Roma per chiedere conto di quello che appare un atto di grave violazione dei diritti fondamentali della persona».
Sandro Devecchi

 

 

Ahmadreza Djalali ha confessato la sua colpa alla Tv iraniana: «Sì, sono una spia», firmando così la sua definitiva condanna a morte. Il medico del Crimedim di Novara, arrestato a Teheran nel 2016 con l’accusa di spionaggio e condannato a morte a ottobre, ha “confessato” alla televisione di Stato di aver spiato il programma nucleare iraniano per conto di una nazione europea – senza nominare quale (ma sarebbe Israele) – in cambio di soldi e della residenza in Svezia.
Una confessione quasi sicuramente estorta. 
Djalali ha lavorato dal 2012 al 2015, anche a Novara, all’Università del Piemonte Orientale, come ricercatore capo del Centro di ricerca in medicina di emergenza (Crimedim). I suoi colleghi sono stati tra i primi a mobilitarsi per chiederne la liberazione.
Vida Mehrannia, moglie di Djalali, che vive in Svezia insieme ai due figli della coppia, ha confermato che suo marito
è stato costretto a leggere una confessione prestabilita davanti alla telecamera.
Contro la sua detenzione e la sua condanna a morte da parte del Tribunale della Rivoluzione, si era sollevata una
grande mobilitazione di organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, e di istituzioni piemontesi
e italiane, compresa la Farnesina e una delegazione del Senato italiano. Ai numerosi appelli per il suo rilascio, si erano aggiunti, meno di un mese fa, anche le voci di 75 premi Nobel e della European University Association.
Sulla vicenda sono intervenuti i senatori Elena Ferrara, Luigi Manconi, Elena Cattaneo: «Chiediamo che il nostro Paese sia promotore di un urgente rafforzamento della mobilitazione internazionale e che il nostro Ministero degli Esteri convochi l’Ambasciatore Iraniano a Roma per chiedere conto di quello che appare un atto di grave violazione dei diritti fondamentali della persona».
Sandro Devecchi