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Innalzamento dei livelli del lago, Legambiente: “Non è una vasca da bagno da riempire a piacimento”

Il punto di vista del circolo aronese dell'associazione ambientalista

Innalzamento dei livelli del lago, Legambiente: “Non è una vasca da bagno da riempire a piacimento”

Il circolo aronese di Legambiente, Gli Amici del lago, interviene nel merito del dibattito scatenato dalla decisione di consentire l’innalzamento dei livelli del lago Maggiore a 1,40 metri.

Un dibattito acceso

Il tema è destinato a far discutere a lungo. Risale alla scorsa settimana la decisione della Conferenza Istituzionale Permanente riguardo all’innalzamento dei livelli idrometrici del lago Maggiore fino alla soglia degli 1,40 metri. Una decisione destinata a polarizzare il confronto tra gli interessi del mondo dell’agricoltura e quello del turismo, con la politica locale sullo sfondo.

La posizione di Legambiente

Al di là degli interessi economici e delle diverse posizioni espresse dalla politica e dai portatori di interesse, la questione dell’innalzamento del lago riguarda molto da vicino anche il tema ambientale. “Attualmente in Lombardia – dicono dal circolo aronese di Legambiente Gli Amici del lago – si stima una mancanza di acqua del 37% rispetto ai quantitativi abitualmente disponibili in questo periodo. Sebbene la situazione sia seria, il deficit è di molto inferiore rispetto al 2023, quando nel mese di giugno il deficit idrico aveva raggiunto il 66%. Nel 2022 l’ADBPO aveva già annunciato che, sempre nel quadro di una “sperimentazione”, il livello massimo del lago – nel periodo estivo – avrebbe potuto essere portato a + 1,50 metri. In seguito alla decisa opposizione delle Amministrazioni locali, l’ente era poi ritornato sui propri passi, fermandosi a +1,25 metri. Ma l’obiettivo per i prossimi anni resta comunque quello, come risposta strutturale all’evoluzione del regime idrologico alpino. La “guerra dell’acqua” inizia a manifestarsi anche sul Verbano, con le prime scaramucce tra i vari portatori di interessi diversi, criticità che sono la conseguenza, prevista ormai da tempo, della crisi climatica. La crisi idrica che colpisce i laghi e l’intero sistema idrografico della pianura padana inizia ad essere una costante negli anni e non è più un fenomeno occasionale”.

“Il lago non è una vasca da bagno”

“Agricoltura, economia del turismo, produzione di energia idroelettrica, ma anche le necessità a monte di acqua – continuano Gli Amici del lago – da utilizzare per l’innevamento artificiale, senza dimenticare la disponibilità di acqua potabile nelle falde, sono attività che richiedono una grande disponibilità della risorsa idrica. Una situazione critica, che è molto complessa da affrontare e gestire che richiede competenze multidisciplinari, comprendendo che con il passare degli anni “non sarà più come prima, pertanto si rendono improrogabili delle risposte strutturali all’evoluzione del regime idrologico alpino, per riuscire a governare le crisi idriche del bacino del Po. Di conseguenza, non possiamo più limitarci a sfruttare e questa risorsa in modo indiscriminato e insostenibile, accrescendo a dismisura la pressione antropica sulle sponde e di considerare il lago come una vasca da bagno, da riempire e svuotare a piacimento, per soddisfare a valle i bisogni di un’agricoltura estremamente idroesigente”.

Servono nuove strategie amministrative e di marketing

Per Legambiente le preoccupazioni di molti Amministratori per i danni subiti dal settore turistico sono legittime, ma vanno inserite in un ragionamento più ampio. “L’offerta del “prodotto lago” è ampia, variegata e complessa – dicono da Legambiente – e non può essere basata unicamente per i tre mesi estivi sulla logica “ombrellone/lettino” come le località marine, in particolare della Riviera Romagnola. Si tratta di immaginare delle strategie di marketing e di posizionamento dell’offerta in grado di adattarsi al mutato scenario climatico”.

Le esigenze dell’agricoltura e gli ecosistemi lacustri

“La pianura padana è stata per secoli un grandioso laboratorio in cui sono state sviluppate infrastrutture idrauliche e tecniche per la gestione delle acque che defluiscono dai piedi delle Alpi – proseguono da Legambiente – scorrendo in superficie ma anche nelle profondità della falda, da un lato per rendere coltivabili terreni che anticamente erano occupati da paludi, e dall’altro per far sì che l’acqua non mancasse mai alle colture. Tecnica delle marcite!!
In particolare – a partire dal ‘500 si è sviluppata la coltura del mais, una coltura idroesigente inizialmente per l’alimentazione umana ora servendo principalmente come alimento energetico per l’allevamento di bovini, suini e avicoli e per uso agroindustriale per la produzione di amido, glucosio.”

“I biocarburanti: Il mais è una fonte primaria per la produzione di bioetanolo, un biocarburante di prima generazione ottenuto dalla fermentazione dei suoi zuccheri/amidi, molto diffuso negli USA e ora anche in Europa. Sebbene rinnovabile, il suo utilizzo solleva dibattiti per l’impatto sui prezzi alimentari e la sostenibilità, orientando la ricerca verso la valorizzazione dei residui (paglia). In ogni caso, le valutazioni sull’opportunità di occupare enormi aree per la coltivazione di mais – non destinato direttamente all’alimentazione umana – con eccessivi impieghi di suolo e con enormi consumi di acqua è molto articolato e ci si chiede se non sia il caso di convertire e modificare questo tipo di produzione.
Il risparmio idrico in agricoltura: Con l’applicazione delle corrette pratiche agricole e di soluzioni politiche a sostegno delle stesse, si possono ottenere significativi miglioramenti dell’efficienza idrica in agricoltura e di conseguenza una maggiore disponibilità d’acqua per altri usi, in particolare per l’ambiente.
Un’area in cui nuove pratiche e politiche possono incidere significativamente sui miglioramenti dell’efficienza idrica è l’irrigazione delle colture. L’irrigazione non deve necessariamente comportare un consumo idrico così elevato. In tutta Europa si ottengono già miglioramenti dell’efficienza idrica sia mediante una migliore resa del trasporto dell’acqua, sia mediante l’efficienza dell’utilizzo nei campi stessi, in cui si ha un rapporto più favorevole tra l’acqua realmente utilizzata da una coltura e il quantitativo totale dell’acqua che vi giunge”.

La questione del fabbisogno idrico delle coltivazioni di riso

“La tecnica tradizionale di coltivazione del riso – proseguono da Legambiente – prevede l’utilizzo di grandi quantità d’acqua per consentire l’allagamento delle risaie (camera) con un velo d’acqua di circa 10 cm, partendo dalla primavera, di conseguenza si registra ha un fabbisogno idrico stimato in circa 20.000 metri cubi per ettaro a stagione.  Se consideriamo che le superfici coltivate a riso in Piemonte e Lombardia (provincie di Vercelli, Novara e Pavia) sono circa 220.000 ettari, si comprende che la richiesta di acqua rischia di essere insostenibile anche se è necessario considerare che l’acqua distribuita contribuisce in modo decisivo anche alla ricarica della falda freatica, che a sua volta serve ad alimentare risorgive e fontanili, in un circolo virtuoso. E’ anche vero che sono in corso sperimentazioni per ridurre il fabbisogno di acqua attraverso l’irrigazione goccia a goccia e la tecnica Risawagest che si concentra sull’alternanza dell’acqua per migliorare l’efficienza e ridurre le emissioni di gas serra. Ma evidentemente a fronte della riduzione delle disponibilità di acqua i processi di innovazione delle coltivazioni dovrà inevitabilmente essere accelerato”.