La Provincia di Novara e l’Università di Torino collaborano dal 2022 per sperimentare tecniche di rinaturalizzazione delle aree estrattive. Il progetto è stato illustrato la mattina di venerdì 6 novembre 2026 con un focus su biodiversità, gestione dell’acqua e monitoraggio dei terreni.
Cava Ricciardo di Romentino, il recupero ambientale diventa un laboratorio per tutta la provincia
Da area segnata dall’attività estrattiva a laboratorio per sperimentare nuove tecniche di recupero ambientale. È il percorso avviato alla cava Ricciardo di Romentino, al centro della collaborazione tra la Provincia di Novara e il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (DISAFA) dell’Università di Torino. Lo stato dei lavori e i risultati raggiunti sono stati illustrati questa mattina, venerdì 6 novembre, durante una conferenza stampa al Centro Culturale Pio Occhetta di Romentino.
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All’incontro erano presenti il presidente della Provincia e sindaco di Romentino Marco Caccia, il consigliere provinciale con delega alle Cave Davide Molinari, la professoressa Raffaella Marzano, responsabile scientifica del progetto per il DISAFA, l’architetto Monica Brambilla, dirigente tecnico Ambiente, e l’architetto Sabrina Manazza, funzionario tecnico regionale in distacco con incarico di Elevata Qualificazione presso l’Ufficio attività estrattive della Provincia.
La collaborazione scientifica sulla cava è iniziata nel 2022, con l’obiettivo di migliorare e sviluppare il progetto di recupero ambientale. L’esperienza di Romentino ha poi costituito la base metodologica per una convenzione più ampia tra Provincia e Università, dedicata allo studio di tecniche innovative per il recupero delle cave e delle aree degradate dell’intero territorio provinciale.
«Quando si parla di cave è importante guardare anche a ciò che accade dopo l’attività estrattiva – sottolinea il presidente Marco Caccia –. A Romentino possiamo vedere concretamente come un’area che presentava forti elementi di degrado possa essere accompagnata attraverso un percorso serio di recupero e progressiva riqualificazione». Un lavoro che, aggiunge, richiede tempo, competenze scientifiche e monitoraggio, ma che può produrre conoscenze utili anche per altri siti del territorio.
La relazione del DISAFA evidenzia le principali difficoltà che caratterizzano il recupero delle aree estrattive: la diffusione di specie vegetali esotiche invasive, la disponibilità di acqua per le nuove piantumazioni, la scarsa fertilità dei terreni e i fenomeni di erosione e instabilità. Per questo, spiegano i promotori, non sono sufficienti interventi standardizzati: le soluzioni devono essere adattate alle caratteristiche ambientali di ciascuna area.
La ricerca si concentra su diversi aspetti: migliorare l’attecchimento delle piante, controllare le specie invasive, analizzare la qualità dei suoli e utilizzare il telerilevamento e le immagini raccolte con i droni per monitorare l’evoluzione dei recuperi. Sono inoltre in corso sperimentazioni sulla gestione dell’acqua, attraverso l’impiego di shelter, pacciamatura e idrogel.
«Gli effetti dei cambiamenti climatici sono sempre più evidenti – spiega la professoressa Raffaella Marzano –. L’aumento dei fenomeni estremi e l’alterazione dei regimi storici di temperatura e precipitazioni portano sempre più spesso a siccità prolungate e temperature elevate, alternate a piogge intense, con condizioni di degrado sempre più diffuse che interessano molti ecosistemi naturali e semi-naturali». Diventa quindi necessario sperimentare pratiche in grado di favorire l’attecchimento e la sopravvivenza delle piante messe a dimora.
Il lavoro si inserisce anche nel quadro del Regolamento europeo 2024/1991 sul ripristino della natura, che prevede misure per recuperare almeno il 20% delle zone terrestri e marine dell’Unione europea entro il 2030 e tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050.
La ricerca punta inoltre a superare un approccio limitato alla semplice messa a dimora di alberi e arbusti, integrando interventi per creare una struttura più naturale e gestire la necromassa, cioè il materiale vegetale morto, con l’obiettivo di aumentare biodiversità e resilienza degli ecosistemi.
«Il progetto in corso, a partire dall’esperienza condotta qui a Romentino – conclude Marzano – ha già ottenuto un risultato di grande valore: aver avviato un dialogo molto costruttivo tra i diversi attori coinvolti nelle attività di ripristino, ovvero le amministrazioni competenti, i cavatori, i professionisti incaricati di progettazione e direzione lavori, e l’Università, e averli portati a collaborare attivamente per individuare soluzioni condivise per un recupero più efficace di aree degradate».
La cava Ricciardo rappresenta così il punto di partenza di un percorso che coinvolge progressivamente altri siti della provincia, con l’obiettivo di rendere il recupero post-estrattivo più efficace e verificabile, tenendo conto delle caratteristiche ambientali di ogni territorio.