Il caso

Detenuto in sorveglianza speciale a Novara aggredisce gli agenti

Il sindacato della Polizia Penitenziaria lancia l'allarme: "Basta pacche sulle spalle, servono azioni concrete"

Detenuto in sorveglianza speciale a Novara aggredisce gli agenti

Il sindacato delle forze di polizia lancia l’allarme per un detenuto al regime del 14-bis che lo scorso giovedì 27 agosto ha colpito ripetutamente gli agenti della polizia carceraria.

Aggressione agli agenti senza apparente motivo

Ancora violenza contro la Polizia Penitenziaria in servizio in Piemonte. Giovedì 27, intorno alle ore 12, nel carcere di Novara un detenuto italiano sottoposto al regime di sorveglianza particolare previsto dall’articolo 14-bis dell’Ordinamento penitenziario ha aggredito improvvisamente gli agenti durante le operazioni necessarie per consentirgli di effettuare una telefonata. Senza apparente motivo, subito dopo l’apertura, il detenuto – già noto all’Amministrazione per numerosi precedenti episodi di violenza verificatisi anche in altri istituti penitenziari – si è scagliato contro il personale presente, riuscendo a colpire ripetutamente un agente con pugni alla testa. Per i poliziotti coinvolti sono state necessarie cure mediche, con prognosi comprese tra quattro e sette giorni.

“Basta pacche sulle spalle, servono fatti”

“Siamo di fronte all’ennesima, inaccettabile aggressione ai danni di donne e uomini della Polizia Penitenziaria”, denuncia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. “Un detenuto sottoposto a sorveglianza particolare e già conosciuto per la sua violenza – scrive Capece – aggredisce improvvisamente gli agenti durante una normale attività di servizio. La domanda è sempre la stessa: quanto ancora dobbiamo aspettare prima di adottare misure realmente efficaci per proteggere chi lavora nelle carceri?”. “Non bastano più le parole di circostanza e la solidarietà dopo ogni aggressione -aggiunge – basta pacche sulle spalle ai poliziotti feriti. Servono fatti. Il personale della Polizia Penitenziaria viene aggredito ogni giorno, spesso per motivi futili o addirittura senza alcuna ragione apparente, ed è costretto a fronteggiare soggetti violenti con strumenti e risorse insufficienti. Questa spirale deve essere interrotta”.

Il sindacato chiede interventi concreti

Il Sappe torna quindi a chiedere interventi concreti al Governo e all’Amministrazione penitenziaria, a partire dal rafforzamento degli organici, dalla revisione della gestione dei detenuti con elevata propensione alla violenza e dalla concreta introduzione di strumenti idonei a garantire l’incolumità fisica degli operatori.

Per Vicente Santilli, segretario nazionale Sappe per il Piemonte, “la situazione negli istituti penitenziari piemontesi sta diventando sempre più difficile e non possiamo continuare a considerare le aggressioni come un rischio professionale inevitabile. Non è normale che un agente venga preso a pugni alla testa mentre svolge semplicemente il proprio dovere”. “Parliamo di un detenuto già sottoposto al regime previsto dall’articolo 14-bis proprio per le sue caratteristiche comportamentali e per la necessità di una particolare attenzione – prosegue Santilli – è necessario interrogarsi seriamente su come vengono gestiti questi soggetti e mettere il personale nelle condizioni di operare con adeguati livelli di sicurezza. Non si può continuare a mandare i poliziotti penitenziari a confrontarsi fisicamente con detenuti violenti senza fornire loro tutti gli strumenti necessari”.

Il Sappe esprime solidarietà e vicinanza agli agenti feriti e chiede al Ministero della Giustizia e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria interventi urgenti e non più rinviabili.

“Ogni giorno registriamo aggressioni, ferimenti, minacce e violenze. Non aspettiamo il prossimo episodio grave per intervenire – conclude Capece – il Governo deve assumere decisioni concrete: più personale, maggiore sicurezza, strumenti di autodifesa adeguati e una gestione rigorosa dei detenuti violenti. La Polizia Penitenziaria non chiede medaglie né pacche sulle spalle: chiede di poter tornare a casa sana e salva dopo aver servito lo Stato”.